Comune di Cusano Mutri  
 
 
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UOMINI ILLUSTRI
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pagine n.:
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[personaggi illustri]: Fra Carlo di San Pasquale
03
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Capitolo IV 
Nel Convento di Sepino 
 
Scrisse al superiore del convento, manifestandogli la sua vocazione e il desiderio di seguire le orme di S.Francesco. Avuta risposta favorevole e fatte le pratiche richieste, nel 1839, a 21 anni di età,  fu accolto come probando. 
 
Il periodo di prova in preparazione al noviziato durava generalmente un anno; ma egli si mostrò così pio, così obbediente e rispettoso con tutti da indurre il superiore locale a chiedere al padre Provinciale la riduzione di tale periodo. 
 
Durante gli esercizi spirituali, che precedettero la vestizione religioso e l'inizio del noviziato, stette in rigoroso ritiro, tutto assorto in Dio, non cessando di ringraziarlo per il gran dono che si apprestava a concedergli. Con ardenti lacrime di commozione, vestì il sacro abito, mutando il nome di Giuseppe in quello di Fra Carlo. 
 
Finalmente è felice, finalmente una tappa importante della sua vita è stata raggiunta, finalmente può dire: anch'io sono servo di Cristo, anch'io sono seguace di S. Francesco.   
 
I superiori, viste le sue ottime qualità,  lo incitarono allo studio per diventare sacerdote. Lui vi rinunziò. Non era impreparato, anche se a 21 anni l'età scolastica era abbondantemente trascorsa, poteva benissimo affrontare un corso accelerato di studi filosofici e teologici. Pare non ne volle sapere, perchè la sua umiltà, a somiglianza del serafico padre S.Francesco, preferì scegliere lo stato di semplice religioso. 
 
Trascorso l'anno di noviziato, rimase per altri quattro nel convento di Sepino, esercitando gli uffici di portinaio, di refettoriere, di sagrestano, di questuante.... sempre sostenuto dalla sapienza dei santi e dalla sua particolare devozione eucaristica e mariana.  
 
Capitolo V 
Da Sepino a Pidimonte Matese 
 
Un giorno capitò nelle mani di Fra Carlo la Vita di S. Pietrod'Alcantara. Nel leggere la storia di questo santo, tutta intessuta di rinunzie, di sacrifici e di aspre penitenze, fu folgorato da un desiderio: lo voglio imitare! Da quel giorno 
il desiderio lo seduce, lo ammalia, diventò  padrone della sua anima. 
 
Tra i Frati Minori Osservanti di Sepino aveva trovato la fedelà e la generosià dello spirito francescano, ma non l'eroismo. Lui aspira all'eroismo, e crede di trovarlo tra i Frati Minori Alcantarini. 
 
Sorretto dalla grazia di Dio, che aiuta sempre i buoni ciè quelli che hanno retta intenzione, si confiò col suo superiore e chiese con insistenza di passare nella provincia religiosa Alcantarina. 
 
Si può immaginare il dispiacere e la contrarietà dei confratelli. Tuttavia, disposti anch'essi a non frapporre ostacoli alle ispirazioni di Dio, si arresero e concessero i dovuti permessi per il passaggio. 
 
Nel 1844, dopo cinque anni di santa vita in Sepino, si trasferiva a Piedimonte Matese nel convento di S.Maria Occorrevole, abitato dai religiosi Alcantrini. 
 
La fama delle sue virtù lo precedé e fu accolto con grande giubilo. Egli, quasi ignorando che tanta gioiosa accoglienza fosse per lui, ringrazò tutti di cuore, quindi si chiuse nella sua cameretta per cominciare una vita nuova, uniformandosi sempre più alla divina volonà. 
 
Capitolo VI 
Novizio tra gli Alcantarini 
Devozione a S. Pasquale 
 
Nel cominciare il noviziato, al nome di Fra Carlo aggiunsero l'appellativo di S. Pasquale, secondo l'uso alcantarino. Il nostro novizio, Fra Carlo di S. Pasquale, ai meriti già acquisiti ne aggiunse altri: più intensa preghiera, esercizio della penitenza ad imitazione di Gesù crocifisso, progresso spirituale, volontà di andare sempre avanti senza dire mai basta. 
 
A ciò l'invitava la particolare atmosfera di quel sacro recesso, dimora di parecchi santi, e gli esempi dei religiosi con i quali conviveva. Questi, con la pace e il sorriso che si rifletteva sul volto, lo stimolavano ad amare la virtù, a seguire i loro passi, a tendere a maggiore perfezione. Del resto questo era stato il motivo del suo ingressi tra gli Alcantarini, e le sue attese si realizzavano. 
 
Conformò la sua condotta a quei du  fondamentali principi 
dell'ascetica cristiana: Astienti e soffri, ossia lascia tutto ciò che in qualunque modo ti allontana da Dio, e soffri e sopporta tutto ciò che maggiormente ti avvicina a lui. Resisti ai desideri della carne; disprezza i beni di questo mondo e le sue stolte massime; lotta da forte contro tutte le tentazioni del demonio; sopporta quanto di pesante e di doloroso ti si presenta per parte della natura, per parte degli uomini, ed anche come prova per parte di Dio stesso. 
 
Tenne per modello il suo S. Pasquale, celeste Patrono dei fratelli laici. Leggendone la vita, fu colpito dal suo comportamento umile, paziente e allegro con cui esercitava gli uffici più gravosi. Diceva a se stesso: Egli si fece santo tra questi umili servizi, ebbene per mezzo di essi mi farò santo anch'io. 
Capitolo VII 
Da Piedimonte a Mirabella Eclano 
opera miracoli 
Non si sa quanto tempo Fra Carlo abbia dimorato nel convento di Piedimonte. A giudicare dall'uso comune di qui tempi, che voleva i giovani religiosi prima rassodati nella virtù e poi immessi nell'attività esterna, possiamo stabilire un cinque sei anni. 
 
Pertanto, secondo questa ipotesi, verso l'anno 1849 Fra Carlo fu inviato dai superiori a Mirabella Eclano (Avellino) nel convento di S. Pasquale. Qui continuò a diffondere il buon odore di santità, arricchito da Dio anche con miracoli. Ne riportiamo subito alcuni, rimandando per gli altri a capitoli appositi. 
 
1. Raffaele Scetto racconta che  accompagnando Fra Carlo nelle campagne di Mirabella, andarono da un contadino benestante, il quale era solito dare 12 tomoli di grano a S. Pasquale, dei circa 200 che ne raccoglieva ogni anno. Fra Carlo gli disse: Quest'anno avete buon grano e farete 300 tomoli. E' impossibile, rispose il padrone, non ho mai raccolto tanto grano dal fondo in vita mia. E Fra Carlo: Allora  quello che raccoglierete in pi— quest'anno lo darete a S. Pasquale. Il contadino acconsentì. 
 
Difatti ne raccolse 340 tomoli. Subito mandò a chiamare Fra Carlo, avvisandolo che preparasse il granaio perchè doveva prendersi 12 tomoli di grano, secondo l'uso, più 40 per la scommessa fatta. Andò e prese soltanto 12 tomoli, dicendo che S. Pasquale non voleva il superfluo. 
 
2. Sempre a Mirabella, la cognata di un sacerdote, già tribolata per essere cieca, si ammalò gravemente. I familiari pensarono subito a Fra Carlo, e pregarono il sacerdote che gli scrivesse. 
 
Egli si mise a tavolino e, mentre scriveva, si sentì bussare alla porta. Per inciso, il sacerdote aveva poca fiducia nel religioso, dubitava della sua santià e voleva bistrattarlo.  
 
Aprono, ed era proprio Fra Carlo. Questi nell'entrare disse: Gesù Cristo non è obbligato a fare miracoli! Quindi va nella stanza della malata, fa uscire tutti fuori e prega. Poco dopo, la donna chiama il cognato, dicendo che si sentiva bene e che vedeva pure.  
 
Il sacerdote, fuori di sé dalla gioia, voleva offrire a Fra Carlo una gran somma di denaro. La rifiutò dicendo: Io non accetto nulla, basta quello che volevate dirmi e farmi. Il reverendo, confuso e meravigliato del come aveva conosciuto le sue intenzioni, propose di edificare un convento a sue spese. Rifiutò anche questa proposta. 
 
3. Felice di Gennaro riferisce che suo nonno, Giacomo di Gennaro, più volte accompagnò Fra Carlo con l'asinello a Fontanarosa. Una volta fu chiamato per un malato, sposato da quattro mesi, e da tre mesi costretto a letto senza speranza di guarigione.  
 
Mentre Fra Carlo pregava nella camera del malato, la madre e la sposa di questi domandarono a Giacomo cosa dovevano dare come ricompensa al religioso. Rispose: Nulla! Le donne insistettero. Allora, poiché era passata l'ora di mezzogiorno, disse: Domandategli se vuol fare colazione. Frattanto la madre prese dieci lire e voleva regalarle a Giacomo. Rifiutò nettamente, sapendo per esperienza che Fra Carlo divinamente l'avrebbe saputo. Le donne a insistere: Non vi vede, pigliatele. E lui: Lo saprà lo stesso, senza vedermi, perché Dio glielo rivelerà.  
 
Dopo, Fra Carlo uscì dalla stanza del malato dicendo: Non temete, l'ammalato non muore, anzi questa sera si alzerà. Accettarono solo un pò di colazione, poi se ne andarono. Per via, Giacomo gli domandò che malattia avesse, ed egli rispose ch'era una mortificazione mandata dal Signore, perché fidanzato con una, aveva sposato un'altra. E voi, ripigliò Fra Carlo, perché non avete accettato le dieci lire che vi hanno offerto?  
 
Perché l'avreste divinamente saputo. 
 
4. Giovanna Petrillo di Fontanarosa asserisce che il nonno le raccontò di una signora che non poteva partorire, nonostante le cure della levatrice e del medico del paese, e degli specialisti venuti da Napoli. Dicevano che sarebbero morti madre e figlio. 
 
La partoriente era molto devota di Fra Carlo, e lo fece chiamare dalla suocera. Rispose: Ovunque posso andare, ma qui no; tuttavia vi consiglio di prendere questo cingolo. Glielo applicherete, e tutto andrà bene. Così fece, ed ella subito partorì con grande stupore  meraviglia di tutti, compresi gli specialisti che divennero devoti e ammiratori del servo di Dio. 
 
Capitolo VII 
Da Piedimonte a Mirabella Eclano 
opera miracoli 
 
Non si sa quanto tempo Fra Carlo abbia dimorato nel convento di Piedimonte. A giudicare dall'uso comune di qui tempi, che voleva i giovani religiosi prima rassodati nella virtù e poi immessi nell'attività esterna, possiamo stabilire un cinque sei anni. 
 
Pertanto, secondo questa ipotesi, verso l'anno 1849 Fra Carlo fu inviato dai superiori a Mirabella Eclano (Avellino) nel convento di S. Pasquale. Qui continuò a diffondere il buon odore di santità, arricchito da Dio anche con miracoli. Ne riportiamo subito alcuni, rimandando per gli altri a capitoli appositi. 
 
1. Raffaele Scetto racconta che  accompagnando Fra Carlo nelle campagne di Mirabella, andarono da un contadino benestante, il quale era solito dare 12 tomoli di grano a S. Pasquale, dei circa 200 che ne raccoglieva ogni anno. Fra Carlo gli disse: Quest'anno avete buon grano e farete 300 tomoli. E' impossibile, rispose il padrone, non ho mai raccolto tanto grano dal fondo in vita mia. E Fra Carlo: Allora  quello che raccoglierete in pi— quest'anno lo darete a S. Pasquale. Il contadino acconsentì. 
 
Difatti ne raccolse 340 tomoli. Subito mandò a chiamare Fra Carlo, avvisandolo che preparasse il granaio perchè doveva prendersi 12 tomoli di grano, secondo l'uso, più 40 per la scommessa fatta. Andò e prese soltanto 12 tomoli, dicendo che S. Pasquale non voleva il superfluo. 
 
2. Sempre a Mirabella, la cognata di un sacerdote, già tribolata per essere cieca, si ammalò gravemente. I familiari pensarono subito a Fra Carlo, e pregarono il sacerdote che gli scrivesse. 
 
Egli si mise a tavolino e, mentre scriveva, si sentì bussare alla porta. Per inciso, il sacerdote aveva poca fiducia nel religioso, dubitava della sua santià e voleva bistrattarlo.  
 
Aprono, ed era proprio Fra Carlo. Questi nell'entrare disse: Gesù Cristo non è obbligato a fare miracoli! Quindi va nella stanza della malata, fa uscire tutti fuori e prega. Poco dopo, la donna chiama il cognato, dicendo che si sentiva bene e che vedeva pure.  
 
Il sacerdote, fuori di sé dalla gioia, voleva offrire a Fra Carlo una gran somma di denaro. La rifiutò dicendo: Io non accetto nulla, basta quello che volevate dirmi e farmi. Il reverendo, confuso e meravigliato del come aveva conosciuto le sue intenzioni, propose di edificare un convento a sue spese. Rifiutò anche questa proposta. 
 
3. Felice di Gennaro riferisce che suo nonno, Giacomo di Gennaro, più volte accompagnò Fra Carlo con l'asinello a Fontanarosa. Una volta fu chiamato per un malato, sposato da quattro mesi, e da tre mesi costretto a letto senza speranza di guarigione.  
 
Mentre Fra Carlo pregava nella camera del malato, la madre e la sposa di questi domandarono a Giacomo cosa dovevano dare come ricompensa al religioso. Rispose: Nulla! Le donne insistettero. Allora, poiché era passata l'ora di mezzogiorno, disse: Domandategli se vuol fare colazione. Frattanto la madre prese dieci lire e voleva regalarle a Giacomo. Rifiutò nettamente, sapendo per esperienza che Fra Carlo divinamente l'avrebbe saputo. Le donne a insistere: Non vi vede, pigliatele. E lui: Lo saprà lo stesso, senza vedermi, perché Dio glielo rivelerà.  
 
Dopo, Fra Carlo uscì dalla stanza del malato dicendo: Non temete, l'ammalato non muore, anzi questa sera si alzerà. Accettarono solo un pò di colazione, poi se ne andarono. Per via, Giacomo gli domandò che malattia avesse, ed egli rispose ch'era una mortificazione mandata dal Signore, perché fidanzato con una, aveva sposato un'altra. E voi, ripigliò Fra Carlo, perché non avete accettato le dieci lire che vi hanno offerto?  
 
Perché l'avreste divinamente saputo. 
 
4. Giovanna Petrillo di Fontanarosa asserisce che il nonno le raccontò di una signora che non poteva partorire, nonostante le cure della levatrice e del medico del paese, e degli specialisti venuti da Napoli. Dicevano che sarebbero morti madre e figlio. 
 
La partoriente era molto devota di Fra Carlo, e lo fece chiamare dalla suocera. Rispose: Ovunque posso andare, ma qui no; tuttavia vi consiglio di prendere questo cingolo. Glielo applicherete, e tutto andrà bene. Così fece, ed ella subito partorì con grande stupore  meraviglia di tutti, compresi gli specialisti che divennero devoti e ammiratori del servo di Dio. 
 
Capitolo VIII 
Santità di Fra Carlo 
 
La creatura che può invocare e ottenere a piacimento l'intervento della potenza di Dio, deve essere in grande amicizia con lui. Fra Carlo ha raggiunto questo mirabile traguardo e può ripetere: Non sono io che vivo, è Cristo che vive in me. 
 
Ecco la santità: rendersi immagine di Cristo. 
 
Già abbiamo accennato ad alcuni aspetti della santità del nostro Fra Carlo. Qui vogliamo tracciarne un quadro globale, che abbraccia tutta la sua preziosa esistenza. 
 
La santità, si sa, è fondata sull'amore di Dio e dei fratelli. Ma come si manifesta l'amore? Con le opere. 
 
Le opere sante di Fra Carlo si concretano nelle seguenti virtù: 
 
-pietà 
-laboriosità 
-umilà 
-castità 
-carità fraterna 
-mortificazione o penitenza. 
 
1. Pietà 
 
Il religioso è uomo di preghiera: Ad essa dedica varie ore del giorno per la preghiera propriamente detta (santa Messa, meditazione, ufficio divino, ecc....) e tutto il resto della giornata, trascorsa in spirito di preghiera secondo il detto di S.Paolo: Sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. 
 
Abbiamo visto Fra Carlo bambino, quando si sentiva spinto a pregare da una innata attitudine al raccoglimento. Da grande, l'innata tendenza diventa coscienza, voluta, imperiosa. Con la preghiera si eleva a Dio, si trasforma ad immagine di Dio; con la preghiera ottiene grazie e miracoli per il prossimo bisognoso; con la preghiera pone un argine invalicabile tra sé e il peccato; soprattutto con la preghiera imita gli angeli che lodano ed esaltano la maestà di Dio.  
 
Ogni mattina partecipava devotemente alla santa Messa e alla Comunione sacramentale. Durante il giorno entrava più volte in chiesa a far compagnia al Divino prigioniero. Quando le occupazioni glielo impedivano, inviava mentalmente affetti e sospiri al caro Gesù. 
 
Prediligeva la pia pratica della "Via Crucis". Assieme al suo Gesù crocifisso, ripercorreva con amorosa commozione il doloroso cammino che ci ha redenti.  
 
Accanto a Gesù vede la sua celeste Madre. A lei indirizzava affetti tanti e tali che non si possono descrivere. Onorava in lei l'altissima dignità di Madre di Dio, la saggezza del Buonconsiglio, la Mediatrice di tutte le grazie. Sul finire della vita, restaurò la chiesetta della Madonna delle Grazie nel suo paese nativo, e qui volle riposare in attesa della risurrezione. 
 
2. Laboriosità 
 
Inseparabile dalla preghiera è il lavoro: Ora et labora! è il motto programmatico del monachesimo. La Regola francescana guarda al lavoro come a una grazie: Coloro che hanno ricevuta la grazia di lavorare, lavorino con fedeltà e devozione. Fedeltà e devozione! ossia compiere bene l'opera e farne una elevazione a Dio. 
 
Il nostro Fra Carlo amò il suo lavoro di cuoco, di portinaio, di sagrestano, di questuante.... e lo indirizzò alla gloria di Dio e a vantaggio dei confratelli e degli uomini in genere. 
 
Quante volte dispensò il frutto del suo questuare ai poveri, quante volte sottrasse il tempo al dovuto riposo per sopravvenute occupazioni, quante volte si asciugò la fronte con umile ossequio al decreto divino: Mangerai il pane col sudore della tua fronte. 
 
L'ozio è il padre di tutti i vizi; il lavoro è il padre di tutte le virtù. In vista di ciò, si tenne sempre occupato per evitare il male e crescere nel bene. 
 
3. Umiltà 
 
L'umiltà è la virtù della verità, che fà riconoscere il proprio nulla dinanzi a Dio e non fa presumere di se stessi. E' necessaria per evitare il suo opposto: L'orgoglio, fonte di tutti i mali; soprattutto è necessaria per compiere azioni meritorie dinanzi a Dio.  
 
S.Gregorio chiama l'umiltà fondamento di tutte le virtù. S.Giacomo apostolo scrive: Dio resiste ai superbi e dà la sua grazia agli umili. Una pia invocazione così impetra la virtù dell'umiltà: "Gesù, mite e umile di Cuore, rendi il nostro cuore simile al tuo".  
 
Precisamente! per essere umili si devono tener presenti gli esempi di Gesù, fatto umile e obbediente fino alla morte di croce.  
 
Il nostro Fra Carlo contempla Gesù umile a Betlem, in Egitto, a Nazaret, per i paesi della Galilea e della Giudea, soprattutto umile e crocifisso sul calvario. Il suo cuore si commuove, ed è felice quando i superiori o i confratelli gli porgevano occasioni per umiliarlo. In più circostanze fu udito esclamare: E' poco, Signore, per me che sono il più grande peccatore del mondo. 
 
I fedeli lo stimavano e lo acclamavano. Lui riferiva tutti gli onori a Dio; quando a sé, si riteneva meritevole di tutte le ingiurie. 
 
Nel 1877 Mons. Luigi Sodo, vescovo di Cerreto andò in visita pastorale a Cusano Mutri. Davanti la chiesetta di S.Maria delle Grazie attendeva tanta gente, e c'era anche Fra Carlo. Appena Monsignore fu vicino, gli si gettò ai piedi per baciargli la mano e chiedergli la misericordia di una  preghiera. Il santo vescovo lo rialzò e lo abbracciò dicendo: "Fratello Carlo, pregate per me; io ho tanto bisogno delle vostre preghiere". Il fatto è  riferito dal sacerdote Francesco De Carlo, ivi presente. 
 
4. Castità 
 
La castità è la virtù dell'anima e del corpo che domina gli stimoli della procreazione col controllo della ragione. Non è assenza di tali stimoli, ma dominio e controllo. 
 
La castità coniugale domina gli stimoli della procreazione in ordine al piano divino: Crescete e moltiplicatevi. La castità verginale domina i medesimi stimoli serrandoli in una rinunzia totale, fatta per amore di Dio. 
 
Fra Carlo scelse la castità verginale per meglio compiacere Gesù, l'agnello Divino che si pasce tra i gigli. Tante testimonianze, dall'infanzia alla morte, parlano di lui come di un angelo in carne. Da bambino, faceva impressione il suo riserbo con i compagni e la ferma  volontà di evitare parole sguaiate o men che corrette. Da grande, si legò con voto solenne alla bella virtù. Rifletteva: Il puro è innanzi a Dio come un angelo, e dinanzi agli uomini come un dio. Coerente con i suoi pensieri, usò ogni mezzo naturale e soprannaturale per custodire e accrescere il dono della castità. 
 
Tra i mezzi naturali, osservò incessantemente la sobrietà nel mangiare e nel bere, che attenua i bollori della passione; e la custodia dei cinque sensi: vista, udito, gusto, odorato e tatto.  
 
Ma i mezzi soprannaturali sono più efficaci, e li preferiva. Si raccomandava a Gesù, cusode dei vergini, e si era posto sotto la protezione della Madonna, la Madre purissima e castissima. 
 
Incontrando donne, immaginava di vedere in loro le spose di Gesù o le sorelle della Madonna e, come tali, le trattava con rispetto e riservatezza. Aggiungeva: Quando vedrò donne, dirò un'Ave Maria per la loro purezza.  
 
Un esempio emblematico del comportamento di Fra Carlo con le donne l'abbiamo ricordato più indietro nel caso della partoriente gravemente malata. Alla richiesta di intervento rispose: Io là non posso venire. Ma subito pensò: La carità lo vuole, la castità no; cosa fare? Ricorse al compromesso dei santi: inviò il suo cordone, strumento del miracolo. 
 
5. Carità fraterna 
 
La carità può essere sinonimo di elemosina, più propriamente è l'amore che comunica i suoi doni: questo è il significato della virtù teologale. 
 
Sospinto dalla carità Fra Carlo prima donò tutto se stesso a Dio; dopo, tutto se stesso ai fratelli. Sì, perchè la carità verso Dio e verso il prossimo sono due fiori che sbocciano dal medesimo stelo. 
 
I doni della sua carità si chiamano: buoni esempi. Diede buoni esempi con la  modestia e con l'umiltà, chiedendo l'elemosina da vero figlio di S.Francesco; con la pazienza e la dolcezza, affrontando i maltrattamenti da vero seguace di Gesù Cristo. In proposito, Domenico Simeone fu Alessandro, di Cusano Mutri, attesta: Un giorno Fra Carlo bussò alla porta di un ricco signore di Sepino e chieste l'elemosina. Il signore rispose con uno schiaffo. Fra Carlo, senza scomporsi, porse l'altra guancia ad imitazione di Gesù. Dopo di ciò, continuò il suo cammino. Ma fu tale il rimorso di questo ricco che mandò subito un servo in cerca del fraticello e non trovò pace se non quanto, fattolo entrare in casa, lo fece sedere a mensa vicino a sé, chiedendogli perdono. 
 
I dono della sua carità si chiamano: offerte di cibo e di indumenti per alleviare i bisognosi. La sua sensibilità non poteva vedere un povero senza commuoversi e senza soccorrerlo, dimenticando anche le proprie necessità. Quando non aveva che dare, offriva parole di conforto. oppure ricorreva alla potenza di Dio. 
 
Mentre Fra Carlo dimorava nell'eremo di S.Maria delle Grazie in Cusano Mutri, una sera non c'era di che mangiare, perché aveva donato tutto ai poveri. Era rimasta un pò di farina di granone, la impastò e ne fece una focaccia. Frattanto si udì una scampanellata alla porta: un povero chiedeva qualcosa da mangiare. Il servo di Dio disse a Fra Rocco -un confratello che stava con lui-: Dagli un pò di focaccia. Dopo non molto, un'altra scampanellata: era un altro poverello, ed anche a questo fu data una porzione di focaccia. Più tardi si presentò un terzo povero, e fu ugualmente accontentato. Fra Rocco incominciò a borbottare, perché della focaccia erano rimaste le briciole. Fra Carlo gli disse: Abbi pazienza, i poveri non bisogna mai mandarli via senza far loro l'elemosina. Gesù penserà a noi Abbi fede! 
 
Ed infatti si udì una quarta sonora scampanellata, e questa volta non era un altro povero, ma un uomo e una donna, mandati dalla nobile famiglia De Toro, con un canestro pieno d'ogni ben di Dio. Fra Carlo li ringraziò gentilmente, poi lodò e ringraziò la divina Provvidenza che li aveva provveduti così generosamente. (firmato: Felice di Gennaro). 
 
Lo stesso Felice di Gennaro riferisce un episodio simile, di cui fu testimone suo nonno Giacomo. Questi una sera si trovò da Fra Carlo, il quale non aveva nulla da mangiare per il solito motivo di aver dato tutto ai poveri. In un piatto teneva conservati un pò di farina e di lievito, li prese e incominciò ad impastarli, mente Giacomo guardava e pensava tra sé: Che vuol fare? 
 
Il servo di Dio gli disse: Accendi il forno! Poi prese la pasta dal piatto e la mise nella madia. Nel tagliarla a pezzi per infornarla, essa crebbe meravigliosamente nelle sue mani, sembrando rinnovarsi il miracolo della moltiplicazione dei pani. I poveri furono abbondantemente saziati. 
 
6. Mortificazione o penitenza 
 
La mortificazione è una virtù morale che modera le passioni dell'anima e i sensi del corpo col controllo della ragione e il sostegno della fede. 
 
In ordine alle passioni dell'anima, si ha la mortificazione interna; in ordine ai sensi del corpo, si ha la mortificazione esterna. Il controllo della ragione evita gli squilibri; il sostegno della fede fa sì che gli atti siano meritori, in quanto si compiono per amore di Dio. 
 
Inoltre c'è da osservare che la mortificazione interna è più nobile e necessaria, perchè riguarda le facoltà dell'anima: mente, volontà e cuore; la mortificazione esterna, che riguarda i sensi, ha valore solo in funzione di quella interna. 
 
Il nostro Fra Carlo ci ha lasciati fulgidi esempi dell'una e dell'altra mortificazione. Col voto di obbedienza sottomise i pensieri e i giudizi della mente; col voto di povertà si liberò dalla cupidigia dei beni terreni; col voto di castità volse il suo cuore dalle creature al Creatore. 
 
Spesso sentì il contrasto tra le aspirazione dell'anima, volte al cielo, e quelle del corpo attratto dal mondo. In questo caso, faceva ricorso a severe penitenze per domare le voglie sregolate del corpo. 
 
Ripensando a S. Francesco che chiamava il suo corpo "frate asino" concludeva: Al mio fratello corpo bisogna somministrare la paglia e il bastone. La paglia, ossia il puro necessario per vivere; il bastone, ossia gli strumenti di penitenza, per quanto recalcitra. 
 
Da S. Francesco apprese un'altra lezione importantissima: essere crocifisso con Cristo. Mentre il serafico Padre viveva ritirato sul monte della Verna, estate del 1224, chieste al Signore: O mio Gesù, due grazie ti chiedo prima di morire: che io senta nell'anima e nel corpo quel grande dolore che tu provasti nella tua passione; e che io senta nel mio cuore quel tuo amore che ti sostenne nella morte di croce. La grazia fu concessa col dono delle stimmate. 
 
Una grazia simile chiese Fra Carlo, santo anche lui. Non gli bastavano più le penitenze, le battiture a sangue, i frequenti digiuni, il dormire a terra o su una pelle di pecora, desiderava soffrire ancora di più per il meglio rassomigliare al suo amore, il Crocifisso. 
 
Fu esaudito: una dolorosa malattia attaccò il suo piede sinistro, inaridendolo tutto, assieme a parte della gamba. Per 20 anni fu tormentato da dolori acutissimi, e fu costretto a camminare sostenendosi con una stampella. 
 
In mezzo ai suoi dolori ripeteva: Ti ringrazio, Signore Dio, per tutte queste mie pene, e ti prego di centuplicarle ancora quanto più ti piacerà. 
 
Non dobbiamo pensare che fosse affetto da masochismo: mania di nuocere a se stesso. Il suo rigore aveva obiettivi nobilissimi: Frenare i disordini del corpo e rassomigliare al Divino Maestro. 
 
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cap. IV 
cap. V 
cap. VI 
cap. VII 
cap. VIII 
 
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